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Innovare nella cultura: il benchmark mondiale "Steve McCurry"

Steve McCurry - Sud- Est 1980-2009 (Palazzo della Ragione, a Milano, in corso fino al 28 febbraio) è una delle mostre più significative della stagione culturale milanese e la grande affluenza di pubblico ha portato gli
organizzatori - Palazzo Reale di Milano e Civita - a prorogarne la durata di un mese.
Oltre alla profondità e all’impatto emozionale delle immagini, evocative dei viaggi del fotografo – accreditato come uno dei migliori a livello mondiale - il successo è dovuto indubbiamente all’allestimento, originale ed innovativo.
 
Il percorso espositivo rompe il tradizionale rapporto frontale con il visitatore, consuetudine nelle mostre fotografiche, dove le opere sono appese a muri o pannelli a muro, e il visitatore le osserva seguendo un ordine solitamente suggerito. Nel suggestivo allestimento di Peter Bottazzi una sapiente architettura di luci e ombre porta invece il visitatore a perdersi e sorprendersi tra le immagini sospese nello spazio, a muoversi tra metaforici rami di alberi in cui ragazze afgane, monaci, bambini tibetani, paesaggi spettacolari si animano in una fitta foresta dove si arriva quasi a percepire i suoni e gli odori del luoghi rappresentati. Si è letteralmente circondati dalle immagini, che ogni volta appaiono in prospettive diverse, in gruppi visuali tra i quali si diventa scorci di realtà, mescolandosi alla bellezza del racconto fotografico e del mondo incontrato da McCurry.
 
Il percorso di Sud- Est è articolato in sei sezioni tematiche (“L’Altro”, “Il Silenzio”, “La Guerra”, “l’Infanzia”, “Gioia”, “la Bellezza”) separate concettualmente da fasci di luce rossa disegnati sul pavimento. Nessuna rigida separazione tra le aree, tutto scorre in modo fluido e straniante al tempo stesso, proprio come la vita. Un percorso non semplicemente antologico ma “interattivo”, sottolinea la curatrice Tanja Solci, pensato per amplificare l’opera dell’artista, dove ognuno disegna e improvvisa il proprio percorso.
L’installazione agevola quindi l’interazione fra spazio e spettatore. Peter Bottazzi, progettista dell’allestimento, sottolinea che “non può esservi, nel raccontare il lavoro di Steve, un vero ‘ordine’, un imbarazzato tentativo di ridurne il rumore, il senso di vertigine che l’intero universo intrappolato nella sua fotocamera esprime. Queste foto vanno vissute, prese di petto, sono sospese anche perché così si è stimolati a danzare con esse, seguendo passi e movenze, lasciandosi trasportare dall’inebriante susseguirsi di viste, frammenti, sguardi dolori.”
 
Un’allestimento quindi che contribuisce a determinare il successo di una mostra, poiché valorizzando le peculiarità delle opere, le rende meglio fruibili dal pubblico. E questa volta non ci sono ‘nuove tecnologie’, schermi interattivi, collegamenti web, plasma sofisticati, che paiono essere ormai un elemento obbligato del ‘mostrare’ dei nostri tempi. Solo un normale schermo che riproduce un documentario in loop. Soprattutto immagini potenti, luci puntuali e un allestimento non convenzionale che nell’insieme regalano un’emozione imperdibile. (mp)
 
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