Nei mesi scorsi le prime pagine dei quotidiani hanno dato un certo rilievo ai risultati di una ricerca pubblicata in Gran Bretagna da Tony McEnery, professore di Linguistica alla Lancaster University.
Vi si rileva come i giovani inglesi possiedano un “patrimonio linguistico” di circa 40.000 termini, usandone però solo 800 in una normale conversazione e addirittura non più di 20 nelle gran parte delle loro comunicazioni quotidiane. In Italia l’Università di Roma La Sapienza ha però contrapposto al pessimismo dell’Accademia della Crusca sui giovani italiani una propria analisi assai meno negativa.
Siamo fuori tema? Non credo. Così come la ricchezza della lingua italiana non viene adeguatamente utilizzata in tutte le sue possibili sfumature se non attraverso un’opera di studio e di educazione, altrettanto accade per il cibo ed un suo consumo che integri piacere e consapevolezza.
Parafrasando i dati di McEnery, se gli alimenti fossero parole, quante ne conoscono gli italiani?
Quante sono le persone, fuor di metafora, in grado di nutrirsi consapevolmente, quante quelle che possiedono le conoscenze per alimentarsi secondo le proprie necessità? E quante sono consapevoli della diversità italiana in termini di prodotti e territori?