Un cibo plurale. Se gli alimenti fossero parole, quante ne conoscono gli italiani?

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7 commenti
Dan.Lerner
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Nei mesi scorsi le prime pagine dei quotidiani hanno dato un certo rilievo ai risultati di una ricerca pubblicata in Gran Bretagna da Tony McEnery, professore di Linguistica alla Lancaster University.
Vi si rileva come i giovani inglesi possiedano un “patrimonio linguistico” di circa 40.000 termini, usandone però solo 800 in una normale conversazione e addirittura non più di 20 nelle gran parte delle loro comunicazioni quotidiane. In Italia l’Università di Roma La Sapienza ha però contrapposto al pessimismo dell’Accademia della Crusca sui giovani italiani una propria analisi assai meno negativa.
Siamo fuori tema? Non credo. Così come la ricchezza della lingua italiana non viene adeguatamente utilizzata in tutte le sue possibili sfumature se non attraverso un’opera di studio e di educazione, altrettanto accade per il cibo ed un suo consumo che integri piacere e consapevolezza.
Parafrasando i dati di McEnery, se gli alimenti fossero parole, quante ne conoscono gli italiani?
Quante sono le persone, fuor di metafora, in grado di nutrirsi consapevolmente, quante quelle che possiedono le conoscenze per alimentarsi secondo le proprie necessità? E quante sono consapevoli della diversità italiana in termini di prodotti e territori?
alessia.domignoni
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Sembrerò pessimista, ma credo siano veramente poche!
francesco.bergaglio
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Sono d'accordo, ma il problema, al solito , nasce dell'educazione: per una mensa dell'asilo, o addirittura scolastica, penso cambierebbe poco iniziare un percorso, Io mi occupo di Vino, quindi marginalmente di alimentazione. Vi posso garantire che l'ignoranza in materia è enorme, e considerate che l'Italia è il paese al mondo con il maggior patrimonio viticolo, quindi con una biodiversità unica al mondo. Se non iniziamo dall'infanzia a promuovere tale ricchezza, rimarrà segregata a pochi appassionati.
 
Dan.Lerner
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Succinto ma esplicito il tuo commento, Alessia.
 
Ma è proprio perchè riteniamo che si debba affiancare al pessimismo della ragione l'ottimismo della volontà che è da oggi ufficialmente operativo "Alimentarsi bene, vivere meglio", il primo concorso di ideaTRE60.
 
Come avrai letto in un'altra parte del sito e anche altrove, la presentazione avverrà mercoledi 3 marzo prossimo a Milano: sei la benvenuta, personalmente o in diretta streaming, per saperne di più e dire la tua.
 
A presto, spero, Dan
Stefano.Bonfrisco
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Iscritto dal: 10/03/2010
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"Quante sono le persone, fuor di metafora, in grado di nutrirsi consapevolmente, quante quelle che possiedono le conoscenze per alimentarsi secondo le proprie necessità? E quante sono consapevoli della diversità italiana in termini di prodotti e territori? "
Questi sono quesiti "tremendi", richiamano tre concetti fonamentali (secondo me), ma difficili da acquisire oggi. Consapevolezza, necessità e diversità. 
 
La consapevolezza nel nutrirsi è impegnativa. Non sono pessimista sul livello di sensibilità che le persone hanno acquisito o stanno acquisendo in merito alla alimentazione, ma ho l'impressione che per arrivare ad essere consapevole di quello che mangio devo fare fatica e il rìsultato non è scontato. Etichette complicate e/o generiche e/o assenti nei contenuti, Filiere intermiabili e spesso velate, modelli produttivi inquinanti, marchi di certificazione autorefernziali. A voler essere consapevoli finisce che non sai più cosa puoi e non puoi mangiare.
 
La necessità, invece, è oramai una questione che le varie teorie sui consumi hanno svelato, non è più una esigenza legata a bisogni primari (vitali), ma edonistici, legati alle logiche sociali degli status, alle logiche commerciali del consumo, alle logiche del benessere e del comfort
 
Diversità. Siamo, come italiani, un pò schizofrenici, da una parte c'è ancora chi crede e rispetta i dettami alimentari delle famose tre Italie (se non sbaglio Altieri) e vive e rispetta le proprie culture alimentari, ma siamo anche in presenza di una collettività che sempre più spesso per motivi vari (tempo, costo, immagine, impossibilità di scelta) si omologa al precotto, al surgelato, al pronto in padella etc... .
 
Per finire, secondo me la sensibilità ed il risveglio di coscienza c'è, mancano i canali, le opportunità per metterle all'opera e lo dimostrano tutte quelle iniziative che cercano di saltare i canali della grande distribuzione, che cercano di creare manovre di scelta ed acquisto collettivo, che rivendicano etichette chiare e veritiere, che in poche parole vogliono ri-acquisire il diritto di scelta.
Dan.Lerner
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Iscritto dal: 04/02/2010
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"tremendi" forse, ma non per questo meno necessari, anzi, proprio per questo estremamente attuali, no? 
 
Non è un caso che il primo concorso di idee lanciato da ideaTRE60 sia rivolto ad un ambito, quello dell'educazione alimentare, che com-porta -porta con sè- tante sfaccettature non solo tecniche.
 
La tua visione, in questo come in altri tuoi commenti postati, si concentra su aspetti socio-antropologici, e l'ultima parte del tuo scritto mi spinge a dire: aggrega una squadra di teste pensanti, elaborate un vostro progetto, partecipate! Questo è lo spazio per un'intelligenza condivisa.
 
P.S.: anche di etichette abbiamo parlato, qui.
Annarosa.Sanchi
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Iscritto dal: 20/03/2010
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Io credo che le persone che siano in grado di nutrirsi consapevolmente o in possesso di una coscienza alimentare, siano molte più di qunte noi stessi possiamo immaginare. E lòe motivazioni vanno ricercate nel "bombardamento mediatico" che abbiamo tutti i giorni sui tutti i media riguardo ai programmi di cucina, agli chef ospiti di trasmissioni come prime donne di un teatro che altro non è che il loro stesso regno :-)))
Ecco, ciò, secondo me, anche da un lato può provocare una senso di nausea,m dall'altro avvicina sempre più le persone alla consapevolezza di ciò che scegliamo per il nostro sostentamento e allo sviluppo di una coscienza alimentare che va sempre più alimentandosi di nuove esperienze e nozioni.
E' anche vero che la consapevolezza di prodotti e terroir, come è ben noto a chi si occupa di vino come me, nasce e deriva dalla presa di coscienza alimentare.
Oserei dire che è più facile avvicinarsi al mondo della cucina che del vino dove, invece, il terroir (ci sono spiegazioni di grandi illustri sul significato di questa parola!!!) è intriseco con il vino stesso.
E qui spaziamo in un altro mondo............, sarà per la prossima volta!!!!
Grazie a tutti dell'attenzione
annina
Dan.Lerner
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Iscritto dal: 04/02/2010
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Temo, Annina, di non essere d'accordo con te. Dico temo, perchè mi dispiace.
 
E' vero che di cucina si parla molto, che "La prova del cuoco" in TV ha molti ascolti, che Gianfranco Vissani imperversa a Porta a Porta, che Simone Rugiati ha partecipato -con pessima fortuna ;-)- all'Isola dei famosi, ma non credo che a questa mediaticità e spettacolarizzazione corrisponda altrettanta attenzione da parte del pubblico ad una alimentazione realmente consapevole.
 
Sono stati creati dei "divi", si ama guardare e parlarne, poi si torna alla quotidianità senza realmente pensare ad un travaso delle informazioni ricevute.
Un po' come accade con il calcio, no? Siamo il famoso popolo di allenatori e commissari tecnici, la domenica  e il lunedì molto ruota attorno al pallone, ma quanti sportivi praticanti tra gli "esperti del bar"?
E più seriamente, quante palestre nelle scuole, quanti impianti pubblici accessibili e diffusi. Pochi, troppo pochi.
 
L'idea di proporre un concorso di idee sull'educazione alimentare deriva proprio dalla percezione della necessità di ridurre questo gap: come sempre, bisogna, a nostro parere, partire dal basso per ottenere risultati solidi e duraturi.
Perchè per il resto, sì, sono d'accordo, e l'ho già detto in altri post di questo Forum: la consapevolezza di "prodotti e terroir" che tu menzioni si travasa poi in tutti gli aspetti della vita, come una sorta di maggior sensibilità.
 
Leggi un po' qua queste poche righe scritte da Jacopo Cossater, un giovane appassionato di vino.