Una delle mostre più interessanti e di maggior successo degli ultimi mesi è quella dedicata al grande fotografo americano Steve McCurry.
L’allestimento, elemento chiave della Mostra, rompe il tradizionale rapporto frontale con il visitatore, portandolo invece a perdersi piacevolmente tra le immagini sospese a metaforici alberi fatti di luce e spazio. Infatti all’inizio lo spettatore è puntualmente sorpreso, talvolta disorientato: è lui che deve scegliere il percorso da intraprendere, nello spazio e con lo sguardo. Ma questo rende la Mostra realmente ‘interattiva’, che grazie all’allestimento valorizza e potenzia l’opera dell’artista, e al tempo stesso agevola l’interazione fra lo spettatore e lo spazio.
Un allestimento riuscito che ha contribuito al successo della Mostra anche grazie a un efficace passaparola.
Viene quindi da chiedersi: nella creazione di una Mostra dei nostri tempi, in che misura è importante innovare l’allestimento piuttosto che concentrarsi sulla qualità e la rilevanza dei contenuti?
Si considera ormai l’uso delle ‘nuove tecnologie’ multimediali come elemento essenziale per la riuscita di un evento dedicato al grande pubblico, quindi anche di una Mostra. Ma in questo allestimento di tecnologico c’è solo un grande ‘televisore’ in cui scorrono in loop le immagini di un reportage (peraltro non sempre funzionante). Nessuno spazio per effetti videografici, walls interattive, collegamenti internet, multivisioni animate, installazioni sonore, tecnologie touch. Quindi sono altri i codici di comunicazione che ancora oggi producono attenzione, coinvolgimento, emozione?
Cosa ne pensate?
Noi ne abbiamo parlato
qui!
Rispondo con una frase di Franco Albini - a cui è dedicata la Fondazione di cui faccio parte - alla domanda di Francesco Moneta, con cui mi congratulo per l’iniziativa. L'innovazione negli allestimenti determina il successo di una Mostra?
Franco Albini a questo riguardo soleva addirittura ripetere che “Non esistono oggetti brutti, basta esporli bene!”.
Trovandosi poi ad allestire capolavori come quelli di Mc Curry, si penserebbe superfluo e forse persino controproducente, inserire elementi che vadano a interferire con l’eloquenza delle sue immagini. Ancor più lodevole a questo punto il coraggio di questo allestimento, che sento peraltro molto vicino al concetto su cui si basava Zero Gravity, la mostra allestita alla Triennale di Milano da Renzo Piano e Franco Origoni in onore di Franco Albini nel 2006. Anche in quel caso si viene introdotti in un luogo senza gravità, dove tutto è “sospeso”, capace di agire a livello emozionale e predisporre al contatto con l’opera.
La prima sensazione entrando da Mc Curry è emozione estetica, stupore e disorientamento; l’ambiente è frammentato da garze e pannelli disposti su linee rette e diagonali evidenziate dai tagli di luce a terra e sul soffitto. Ogni foto guarda nella propria direzione, in comunicazione col contesto ma con sua personalissima storia indipendente. Una miscela di potenti elementi di suggestione circondano lo spettatore da ogni lato; alla disposizione dei pannelli si aggiunge il bellissimo disegno luci che fa assumere alle foto un aspetto tridimensionale e le aiuta ad imporsi con grande potenza comunicativa.
Le immagini di Mc Curry “non perdonano”, coinvolgono i più svariati livelli dell’”essere” e non è possibile rimanerne indifferenti. Concordo quindi che un’esperienza tanto soggettiva non contempli forzature di percorso, ma avrei differenziato maggiormente le diverse sezioni per evitare di confonderle. Magari attraverso l’assegnazione un colore differente per ognuna.
Questo avrebbe rispettato la libertà dello spettatore evitando però di disorientarlo eccessivamente.
E’ comunque un allestimento che contribuisce ad “installare”, come dice Biba Giacchetti, le opere di Mc Curry negli occhi e nel subconscio; niente più di questo a mio parere, determina il successo di una mostra.
Paola Albini
Fondazione Franco Albini