L'innovazione negli allestimenti determina il successo di una Mostra? Il caso "Steve McCurry".

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3 commenti
The.Round.Table
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Iscritto dal: 16/02/2010
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Una delle mostre più interessanti e di maggior successo degli ultimi mesi è quella dedicata al grande fotografo americano Steve McCurry.
L’allestimento, elemento chiave della Mostra, rompe il tradizionale rapporto frontale con il visitatore, portandolo invece a perdersi piacevolmente tra le immagini sospese a metaforici alberi fatti di luce e spazio. Infatti all’inizio lo spettatore è puntualmente sorpreso, talvolta disorientato: è lui che deve scegliere il percorso da intraprendere, nello spazio e con lo sguardo. Ma questo rende la Mostra realmente ‘interattiva’, che grazie all’allestimento valorizza e potenzia l’opera dell’artista, e al tempo stesso agevola l’interazione fra lo spettatore e lo spazio.
Un allestimento riuscito che ha contribuito al successo della Mostra anche grazie a un efficace passaparola.
 
Viene quindi da chiedersi: nella creazione di una Mostra dei nostri tempi, in che misura è importante innovare l’allestimento piuttosto che concentrarsi sulla qualità e la rilevanza dei contenuti?
 
Si considera ormai l’uso delle ‘nuove tecnologie’ multimediali come elemento essenziale per la riuscita di un evento dedicato al grande pubblico, quindi anche di una Mostra. Ma in questo allestimento di tecnologico c’è solo un grande ‘televisore’ in cui scorrono in loop le immagini di un reportage (peraltro non sempre funzionante). Nessuno spazio per effetti videografici, walls interattive, collegamenti internet, multivisioni animate, installazioni sonore, tecnologie touch. Quindi sono altri i codici di comunicazione che ancora oggi producono attenzione, coinvolgimento, emozione?
Cosa ne pensate?
 
Noi ne abbiamo parlato qui!
 
biba.giacchetti
foto di biba.giacchetti
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Iscritto dal: 18/02/2010
Messaggi: 1
 La mia lunga esperienza nel campo della fotografia d'autore con la mia società la Sudest57 mi ha portato al convincimento che il fattore critico che distingue una buona immagine fotografica da una grande fotografia è il raggiungimento del suo messaggio ad un livello di subconscio praticamente incontrollabile.
Guardi un libro e poi dopo un certo tempo ecco che quella immagine ti torna, si è in qualche modo installata dentro di te.
Lo stesso avviene per la musica. E come per la musica una immagine che va in risonanza con il tuo subconscio non ti stanca mai. Allora hai la certezza di trovarti di fronte ad una grande fotografia.
Per semplificare: una grande fotografia ti trasmette semplicemente una emozione.
 
Steve Mc Curry compagno di percorso di Sudest57 dalla sua fondazione, è un fotografo capace di parlare a tutti, e le sue immagini sono indimenticabili. Si installano, appunto.
L'altra caratteristica delle immagini di steve Mc Curry è che sono singole, non hanno la necessità di inserirsi all'interno di un percorso. Ogni immagine ha un suo specifico ed unico baricentro e basta a se stessa.
Questo insieme di cose, molto raro nel mondo della fotografia d'autore, ha consentito a Steve ed a me che ne seguo tutto il lavoro, di decidere di prendere dei rischi sostanziali e percorrere una strada mai fatta prima.
 
Coniugare le sue immagini con una vera e propria installazione.
 
L'installazione doveva avere come unico obiettivo la valorizzazione dell' EMOZIONE.
La mostra non è stata pensata per la gloria di Steve, o dei designer coinvolti.
E' stata pensata per le persone che l'avrebbero vista.
Il team di lavoro aveva un background vergine sulla fotografia, ed una grande esperienza nel mondo del design.
Ma hanno lavorato nel pieno rispetto delle immagini, non ad una scatola di presentazione manipolativa e fine a se stessa. 
Non siamo di fronte ad una forma che si impone sul contenuto.
Avviene semplicemente il contrario.
La libera fruizione di un contenuto.
Tanja Solci che ha condotto tutto il progetto, difficilissimo nella sua apparente semplicità, è stata una Basaglia della fotografia.
Ha liberato il visitatore da ogni vincolo impositivo, liberato i percorsi. Messo avanti l'Emozione.
Ha fatto esattamente il contrario di ciò che ogni curatore ambisce, imporre il proprio punto di vista.
 
Le foto di Steve Mc Curry sono lì, libere, e ognuno è il curatore della propria mostra personale. Ognuno costruisce il suo percorso.
E le persone rispettate nelle loro emozioni le raccontano ad altri innestando un circolo virtuoso che ha reso questa mostra di fotografia la più vista di tutti i tempi sulla piazza di Milano.
Ecco tornando alla domanda che precede questo intervento, non è la forma il fattore critico di successo di questa mostra, ma il coraggio di sovvertire le regole avuto da Steve con il mio incondizionato sostegno, e la capacità di rispettare il lavoro di Steve e le emozioni del visitatore raggiunta da Tanja Solci con il suo team multidisciplinare: uno scenografo, un filosofo, un light designer, uno scrittore, un discografico.
Coraggio e libertà di non seguire gli stereotipi, coraggio di coinvolgere voci diverse.
E certo molta decisione nella conduzione del progetto, nel budget e il miglior produttore sulla piazza italiana: Civita, anche loro con mente aperta a comprendere le variazioni in corso d'opera, a rischiare credendo nei riscontri che il progetto avrebbe avuto.
 
E il visitatore viene, va, torna,  finalmente, per una volta libero.
 
francesco.moneta
foto di francesco.moneta
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Iscritto dal: 23/06/2009
Messaggi: 2
L'intervento di Biba Giacchetti ci ricorda alcune due delle regole d'oro per comunicare in modo efficace, per lasciare segno e memoria, in un contesto  dove il pubblico al quale la Cultura si rivolge è sottoposto a un numeo di stimoli e di messaggi senza precedenti. La prima: SORPRENDERE, essere - come dicono i comunicatori - 'UNCONVENTIONAL'. La seconda: pensare e agire in modo MULTIDISCIPLINARE, ovvero in grado di sintonizzarsi con una realtà  complessa, multimediale e multidisciplinare,  ingovernabile se non si è in grado di sintonizzarsi finemente con le passioni che la percorrono.
La Mostra di Steve McCurry certamente risponde alla prima regola, che ora sappiamo essere stata intepretata anche grazie alla multidisciplinarietà del Team che ha concepito questo Progetto. Quando si pensa a una Mostra, e a una Mostra fotografica in particolare, si immagina un percorso più o meno suggerito, con le opere appese a pannelli a loro volta appesi a pareti, e oggi - poichè va anche di moda - una qualche installazione multimediale in omaggio alle 'nuove tecnologie'. Il visitatore della Mostra di Steve McCurry si trova subito nella imbarazzante situazione di vedere già a prima vista, apparentemente, un elevato numero di immagini che occupano la scena, circondano l'ospite, senza indicare un percorso privilegiato. L'illuminazione esalta ogni singola immagine. Le immagini non sono appese alle pareti, ma scendono dall'alto e rimangono sospese, ad altezze diverse, con grandezze diverse, addirittura allestite retro/verso. Il che porta da un lato a una emozionante  festa dell'occhio, perchè quell'illuminazione rende ancora più potenti le immagini, E dall'altro obbliga il visitatore a girovagare scegliendo percorsi sempre diversi, ritornando sui propri passi, fermandosi per capire in quale sezione si sia capitati. Io ho visitato la Mostra due volte, e non sicuro di  avere ancora visto tutte le fotografie esposte.
Tutto questo, senza che siano presenti le famose 'nuove tecnologie'. Le 'vecchie' tecnologie - l'immagine, la luce, i materiali dell'allestimento - trionfano e da sole rendono questa una esperienza realmente emozionante. E ci consentono di rispondere alla domanda: la scienza dell'esporre è in continua evoluzione, e deve essere guidata dal cuore e dall'anima prima che dalla mente.
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Francesco Moneta
The Round Table

paola.albini
foto di paola.albini
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Iscritto dal: 22/02/2010
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Rispondo con una frase di Franco Albini - a cui è dedicata la Fondazione di cui faccio parte - alla domanda di Francesco Moneta, con cui mi congratulo per l’iniziativa. L'innovazione negli allestimenti determina il successo di una Mostra?
Franco Albini a questo riguardo soleva addirittura ripetere che “Non esistono oggetti brutti, basta esporli bene!”.
Trovandosi poi ad allestire capolavori come quelli di Mc Curry, si penserebbe superfluo e forse persino controproducente, inserire elementi che vadano a interferire con l’eloquenza delle sue immagini. Ancor più lodevole a questo punto il coraggio di questo allestimento, che sento peraltro molto vicino al concetto su cui si basava Zero Gravity, la mostra allestita alla Triennale di Milano da Renzo Piano e Franco Origoni in onore di Franco Albini nel 2006. Anche in quel caso si viene introdotti in un luogo senza gravità, dove tutto è “sospeso”, capace di agire a livello emozionale e predisporre al contatto con l’opera.
La prima sensazione entrando da Mc Curry è emozione estetica, stupore e disorientamento; l’ambiente è frammentato da garze e pannelli disposti su linee rette e diagonali evidenziate dai tagli di luce a terra e sul soffitto. Ogni foto guarda nella propria direzione, in comunicazione col contesto ma con sua personalissima storia indipendente. Una miscela di potenti elementi di suggestione circondano lo spettatore da ogni lato; alla disposizione dei pannelli si aggiunge il bellissimo disegno luci che fa assumere alle foto un aspetto tridimensionale e le aiuta ad imporsi con grande potenza comunicativa.
Le immagini di Mc Curry “non perdonano”, coinvolgono i più svariati livelli dell’”essere” e non è possibile rimanerne indifferenti. Concordo quindi che un’esperienza tanto soggettiva non contempli forzature di percorso, ma avrei differenziato maggiormente le diverse sezioni per evitare di confonderle. Magari attraverso l’assegnazione un colore differente per ognuna.
Questo avrebbe rispettato la libertà dello spettatore evitando però di disorientarlo eccessivamente.
E’ comunque un allestimento che contribuisce ad “installare”, come dice Biba Giacchetti, le opere di Mc Curry negli occhi e nel subconscio; niente più di questo a mio parere, determina il successo di una mostra.

Paola Albini
Fondazione Franco Albini